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Incendi: la “strana” incidenza nelle regioni con alto tasso di malavita organizzata
mercoledì, 12 luglio 2017
 
 
221 roghi in tutta la Campania nella sola giornata di ieri: il bollettino del fuoco ha assunto le forme di un attacco alle Istituzioni e allo Stato, una guerra contro la legge come regola di rapporti sociali e la prevaricazione dell’egoismo del singolo ai danni della collettività. Sembra di assistere al braccio di ferro che spesso, soprattutto al Sud, si vede sulle strade, nelle piazze. E’ la lotta tra potere statale, con le sue regole e le sue forme di tutela, e l’antistato, col suo egoismo e la sua forza bruta. Abusivismo, spaccio di droga, prostituzione, riciclaggio, racket, usura rappresentano i sistemi attraverso i quali l’antistato cerca di affermarsi ogni giorno. Questo è un ennesimo attacco contro la cultura del bello, contro la natura e contro il sistema economico sano che quotidianamente viene messo a dura prova. Alla favola dell’autocombustione e dell’incendio doloso ormai sono in pochi a crederci. Brucia il Vesuvio, il rogo è partito da otto punti diversi della montagna; dalle prime indagini sembrerebbe che sia stata utilizzata la tecnica barbara di cospargere di benzina alcuni animali domestici, forse i gatti, per poi dar loro fuoco e liberarli nella natura. Per tentare di liberarsi dalle fiamme, gli animali scappano e appiccano incendi nei luoghi più impervi. Bruciano i boschi di Atena Lucana, di Montoro, di Cervinara, di Caserta. Le fiamme della distruzione avvolgono la Campania e rimandano alla memoria immagini già viste dieci anni fa, nel 2007, quando in sole quattro regioni del Sud, Campania, Calabria, Puglia e Sicilia, si concentrarono quasi settemila incendi, pari al 70% di tutti gli incendi boschivi in Italia.
 
La Legge Quadro in materia di incendi boschivi e il famigerato catasto comunale
Innovando la normativa, nel 2000 è stata promulgata la L. 21/11/2000, n. 353, la cosiddetta “Legge quadro in materia di incendi boschivi”. Si rompe col passato e si introduce lo specifico reato di incendio boschivo come fattispecie penale autonoma. Il primo comma dell’art. 10 prevede che le zone boscate ed i pascoli percorse dal fuoco non possano avere una destinazione diversa da quella preesistente all’incendio per almeno quindici anni.  Sono inoltre vietate per cinque anni le attività di rimboschimento e di ingegneria ambientale sostenute con finanziamenti pubblici. Sempre lo stesso articolo vieta per un decennio l’esercizio dell’attività pastorizia e venatoria nelle aree percorse da incendio.  La legge prescrive, inoltre, il divieto di realizzare edifici, strutture e infrastrutture finalizzate a insediamenti civili e attività produttive. Sembrava una normativa che avrebbe dovuto far cessare qualsiasi progetto incendiario, sembrava che costituisse un illecito anche il solo pensare al fuoco, ma così non è stato. Una delle ragioni, forse non la fondamentale, ma sicuramente quella di maggiore importanza, che porta al fallimento di queste disposizioni, risiede nella previsione dell’art. 2, dove si specifica che spetta ai Comuni censire a cadenza quinquennale, attraverso apposite mappe catastali, le aree percorse da incendio. Si badi, la prescrizione a redigere il catasto delle aree percorse dal fuoco non era in capo agli enti montani, per i quali in quegli anni stava già cominciando il lungo dibattito sulla loro soppressione, non agli enti parco, che in quel periodo si avviavano ad una programmazione di tutela e conservazione dell’ambiente, non al Corpo Forestale dello Stato, che avrebbe certamente avuto maggiore contezza del problema in quanto aveva l’obbligo di intervento sugli incendi, ma proprio in capo ai comuni, per i quali, attraverso gli artifici della deregulation in combinato disposto con la finanza creativa locale, si stava tentando di effettuare il maggiore taglio di trasferimenti che si sia mai visto nella storia repubblicana. Se non esiste una mappatura delle zone incendiate, come si possono applicare i divieti e i vincoli imposti dalla legge?  
 
Il decennio 2000-2010
Che la normativa sul catasto delle superfici incendiate avesse dei problemi di applicabilità concreta lo si comprende bene osservando l’andamento storico dal 1970 al 2012 (tabella e grafico, dati Corpo Forestale dello Stato – Sintesi Incendi Boschivi 2012): l’anno successivo all’entrata in vigore della legge, il numero degli incendi scese di poco: da 8.595 casi del 2000, si arrivò a 7.134 del 2001. Tra alti e bassi, si arriva all’estate incendiaria del 2007 quando si toccano i 10.639 incendi. In media si ritorna alla media del decennio 70/80: salvo punte di sforamento della media dei 9000 casi, nel 2003 e nel 2007, la tendenza si pone in un range tra i 6000 e gli 8000 incendi annui. La previsione del reato di incendio boschivo ha invece un effetto di maggiore portata.  Tra il 2000 e il 2013 sono 5271 le persone arrestate e denunciate a piede libero a causa di questo reato (tabella reati di incendio boschivo – Fonte: Fare Ambiente- Rapporto Incendi Boschivi 2013).
 
Tabella 1 - Serie storica incendi 1970-2012 
 
Reati per incendi boschivi perseguiti tra il 2000 e il 2013 
 
 
Incendi nelle aree protette
La maggior parte degli incendi si sviluppa nelle aree protette, questo sembra ormai un fenomeno convalidato dai dati. In media tra il 50 e il 65% degli incendi avvenuti tra il 2000 e il 2012 si sviluppa nei parchi nazionali e regionali. Questo avviene per una serie di ragioni, da quella più semplice in base alla quale la concentrazione fisica di boschi si trova nelle aree protette, a quella più complessa di possibili interessi illegali derivanti dagli incendi.  La tabella e il grafico mostrano il numero di incendi avvenuti nelle aree protette tra il 2001, anno di attuazione concreta della natura protetta, al 2012 (fonte: Rapporto Incendi CdF).  
 
 
La maggior parte degli incendi si concentra nelle tre regioni con maggiore tasso di malavita organizzata
Scomponendo i dati della tabella 1, analizzando cioè i fenomeni incendiari per regione, si scopre qualcosa che dovrebbe allarmare: le regioni nelle quali, tradizionalmente, vi è un tasso strutturato di malavita organizzata, la Campania, la Calabria e la Sicilia, hanno un’incidenza media di incendi maggiore rispetto alle altre del Mezzogiorno e del resto d’Italia. Nel 2012, ad esempio, su 8274 incendi in ambito nazionale, in queste tre sole regioni se ne sono sviluppati 3526, il 42,6%. Un dato analogo si ripropone nella composizione territoriale dei parchi nazionali. In Italia vi sono 23 parchi nazionali: 4 al Nord, 9 al Centro e 10 nel Sud e nelle Isole, una superficie complessiva protetta di 1.461.155 ettari. Due anni fa, il numero degli incendi nelle aree protette italiane è stato 327. Come si può notare dalla tabella diffusa dal Ministero dell’Ambiente, 309 incendi si sono verificati nei dieci parchi nazionali del Sud e delle Isole contro i 18 sviluppatisi nelle restanti tredici aree protette del Centro e del Nord. Qualche ragione di tutto questo, che non sia una stretta interpretazione naturalistica o metafisica, ma forse più strettamente legata al codice penale, ci dovrà pure essere. 
 
 
Foto di copertina: incendio nel Parco del Vesuvio - Fonte: LineaPress.it