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Carmina cilenti: la poesia della civiltà contadina
lunedì, 12 ottobre 2015
 
 
In un articolo di spalla dell’inserto culturale domenicale “La lettura” del Corriere della Sera, l’intellettuale Gillo Dorfles, critico d’arte, pittore e filosofo di estetica, tracciava uno sfondo antropo-culturale ai “Carmina Cilenti” di Santino Scarpa. Il filosofo descriveva i suoi viaggi nel Cilento e raccontava come in alcuni luoghi del territorio avesse avuto modo di ascoltare i canti della tradizione contadina del Sud, riascoltati poi nell’accurata ricerca musicale di Santino Scarpa, il quale con caparbietà e competenza ha fatto rivivere i canti d’amore e di sdegno della civiltà contadina del territorio in un periodo nel quale per alcuni aspetti si negava che il Cilento avesse una tradizione musicale compiuta. Si tratta di “carmina” per l’appunto, componimenti poetici con funzione tanto di declamazione quanto di canto a distesa; la peculiarità è proprio questa: i “carmina” non nascono come canti, ma sono componimenti, per lo più orali, che implicano una “recitatio”, la declamazione su musica di un solo strumento. Inizialmente era uno strumento a fiato, lo zufolo, poi uno strumento a corde,  la chitarra battente, infine uno strumento diatonico, l’organetto. In quest’ultimo caso, però, il carmen ha già fatto un percorso più compiuto; non è più carmen, ma canto vero e proprio. I “carmina cilenti” colorano quel mondo della civiltà contadina, tracciano un percorso culturale ben definito e una sensibilità poetica che il grande filosofo ha colto nella sua estensione più viva, il ciclo della vita. E’ per questo che ascoltandoli nella versione integrale se ne sente, ancora integro, il fascino, un mondo che si apre sulla sensibilità artistica e poetica del Mezzogiorno.  
Nella foto: Santino Scarpa