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Incendi: la progressiva assenza dello Stato
lunedì, 17 luglio 2017
 
 
“Quando l'ultima fiamma sarà spenta, l'ultimo fiume avvelenato, l'ultimo pesce catturato, allora capirete che non si può mangiare denaro.” Il monito di Toro Seduto sembra quasi appartenere a un altro pianeta, forse ad un’altra galassia. Ancora l’ultima fiamma non è stata spenta, l’ultimo pesce non è stato catturato, né l’ultimo fiume è stato avvelenato, ma ci si sta avvicinando con allegra e scanzonata velocità. Nel post-moderno si vive anche di post-emergenze e di post-verità, si vive l’attimo, la puntualità cronologica, senza passato e senza futuro. Le fiamme continuano a divampare nel Cilento, in Campania e in Italia. Nel comprensorio del Parco del Cilento, Vallo di Diano e Alburni, in questa ennesima giornata di fuoco, è rimasta bloccata per qualche ora la linea ferroviaria, la rete viaria: turisti e fruitori del territorio ne han pagato le conseguenze. Si chiede lo stato di emergenza, la calamità naturale, pare che un rumeno sia stato catturato mentre era intento ad appiccare un incendio. Scatta l’esasperazione contro lo straniero, il diverso. Nei giorni scorsi è stato accusato di incendio colposo anche un contadino, una delle tante persone anziane che hanno ancora l’ardire di coltivare gli uliveti liberandoli dalla sterpaglia. Scatta così la morbosa caccia all’incendiario. Per la cronaca, giusto per non rimanere nella puntualità del presente, l’anziano è stato scagionato: deve pagare una multa perché in estate non è possibile bruciare la sterpaglia durante la giornata. E’ stato accertato che l’incendio del quale era stato accusato, è stato innescato da un piromane vero, con tanto di tatuaggi e scarponi con borchie. Anni fa si parlava di fuoco prescritto; in fondo era la stessa azione che probabilmente stava effettuando l’anziano contadino: si incendia la sterpaglia del sottobosco per evitare che il fuoco si propaghi. E’ una tecnica seguita da millenni, almeno da quando l’uomo è diventato coltivatore. Se questa tecnica fosse stata reintrodotta attraverso un progetto del Parco di qualche anno fa, insieme con una delle maggiori università italiane, forse qualche coltura di olivi, qualche bosco sarebbero stati salvati. Quanti ettari di bosco sarebbero stati salvati, se solo non fosse stato smantellato l’Ufficio di Piano del Parco? Quanti, se, nel periodo più acuto dell’iconoclastia istituzionale, qualche politico avesse alzato barricate e se ne fosse infischiato di andare controcorrente e perdere qualche voto? Si è ritenuto opportuno, con allegra spensieratezza, tagliare gli enti montani e le altre sedi periferiche dello Stato. Per più di un decennio il Parco del Cilento, Vallo di Diano e Alburni è stato campo di scontro di opposte fazioni politiche con tanto di commissariamenti e spoil system. Per quasi tre lustri si è applaudito alla scomparsa dello Stato, rappresentato e presidiato dai suoi enti periferici. Si è applaudito, in quest’ultimo anno, alla scomparsa del Corpo Forestale dello Stato, alla progressiva assenza dello Stato nei territori, alla progressiva assenza di programmazione in materia ambientale. Ironia della sorte, ora, sfoderando un armamentario retorico pre-moderno, ci si racconta che “lo stato siamo noi”. Saremmo noi, se lo Stato ci fosse, se la politica fosse qualcosa di più di un post sui social, ma soprattutto se venisse data a tutti la possibilità di sentirsene parte integrante.